Omaggio a Roger Corman
Cinema Massimo - dal 12 al 20 ottobre 2026
"A cento anni dalla nascita di Roger Corman (1926-2024) ci sembra utile indagare un aspetto della sua opera che è rimasto, almeno parzialmente, in ombra. Dopo i molti contributi sulla sua attività di produttore particolarmente influente, di grande scopritore di talenti, di audace distributore sia di film di exploitation sia di cinema d’autore (fermamente convinto che non vi fosse un confine netto fra i due), vorremmo che questa rassegna riuscisse a rispondere a una non facile domanda: quale giudizio dare dello stile del Corman regista? Come decodificare la sua scrittura filmica e dove collocarla? Ovviamente è noto che l’opera di Corman sintetizza fasi assai diverse. Ford e Hitchcock sono per lui un riferimento costante: nel caso del primo, si pensi ad esempio a Vita di un gangster (1959), con il suo stile terso e limpido e la sua raffinata semplicità; quanto al secondo, si possono citare film come Sepolto vivo (1962) e L’uomo dagli occhi a raggi X (1963), dove la regia rivela una sorta di cristallina spigolosità, una tendenza all’incastro geometrico, alla giustapposizione del montaggio non distante, in fondo, dall’idea di “montaggio costruttivo” proposta da Pudovkin negli anni Venti. Un’attitudine alla sintesi, una scelta di far dipendere dialetticamente il messaggio dall’azione, e mai viceversa, si colgono inoltre in titoli come La legge del mitra (1958) e L’odio esplode a Dallas (1962).
Ma in Corman non manca neppure una tendenza più barocca, un linguaggio vorticoso, ricco di sollecitazioni cromatiche, come ne La maschera della morte rossa (1964), forse il migliore tra i film tratti da Poe. E troviamo infine, per esempio in I selvaggi (1966), Il serpente di fuoco (1967) e Il clan dei Barker (1970), un uso creativo della macchina a mano congruo a un montaggio non lineare, “sporco”, volutamente imperfetto. Certo, proprio in coincidenza degli anni del suo maggiore ed eclettico rendimento, anche il cinema statunitense viveva la stagione della nota e cruciale Renaissance, ma la personalità autoriale di Corman è stata assai meno adattabile e derivativa di quanto si pensi: non a caso convinto sostenitore dello storyboard, diffida sempre dell’improvvisazione e crede piuttosto in un cinema in cui la successione delle inquadrature, come in Hitchcock, mima un processo mentale. Se accettiamo la tradizionale contrapposizione tra cinema classico e moderno, Corman si colloca sul crinale tra i due paradigmi; se invece scegliamo di leggere la storia del cinema come una successione di ondate contraddittorie e talvolta compresenti che si stratificano l’una sull’altra, allora potremmo associarlo alla grande, trasversale scuola del cinema puro che rifiuta il teatro filmato e costituisce, come direbbe Bresson, “una scrittura di immagini e suoni”.
Valerio Caprara e Giulio Laroni
Ad aggiungere valore alla rassegna sarà l’importante presenza di Julie Corman, moglie e produttrice dell’infaticabile regista, che abbiamo invitato la sera del 13 ottobre a introdurre il film Il clan dei Barker e a condividere con il pubblico i segreti del metodo di lavoro di uno dei maggiori registi di sempre.
La rassegna è a cura di Valerio Caprara e Grazia Paganelli.