Omaggio a Roger Corman
Il Museo Nazionale del Cinema rende omaggio a Roger Corman, maestro del cinema indipendente americano, con una rassegna in programma dal 12 al 20 ottobre 2026 al Cinema Massimo. Curato da Valerio Caprara e Grazia Paganelli, il ciclo ripercorre l’opera di un autore e produttore instancabile, capace di trasformare i vincoli economici e produttivi in uno straordinario laboratorio d’invenzione cinematografica.
Regista, produttore e autentico talent scout, Corman ha attraversato con assoluta libertà generi differenti - dall’horror alla fantascienza, dal gangster movie agli adattamenti letterari - contribuendo a rinnovare profondamente il cinema americano. Le sue produzioni hanno rappresentato una palestra fondamentale per numerosi registi, attori e professionisti destinati a lasciare un segno nella storia del cinema. L’intento della rassegna è di restituire il ritratto di un autore fuori dagli schemi, capace di coniugare spettacolo popolare, sperimentazione e indipendenza, facendo della necessità produttiva una inesauribile forma di invenzione.
Ad arricchire la rassegna sarà la partecipazione di Julie Corman, moglie e produttrice del regista, ospite martedì 13 ottobre alle 20:30 al Cinema Massimo. In dialogo con Valerio Caprara e Giulio Laroni, Julie Corman introdurrà la proiezione de Il clan dei Barker e condividerà con il pubblico ricordi, testimonianze e retroscena sul metodo di lavoro di uno dei cineasti più prolifici e influenti di sempre.
L’incontro offrirà un’occasione preziosa per approfondire dall’interno l’universo creativo di Roger Corman: un cinema realizzato spesso con tempi e risorse limitati, ma animato da una libertà espressiva, da un’intelligenza produttiva e da una capacità di scoprire nuovi talenti che continuano a esercitare una profonda influenza sulle generazioni successive.
A cento anni dalla nascita di Roger Corman (1926-2024) ci sembra utile indagare un aspetto della sua opera che è rimasto, almeno parzialmente, in ombra. Dopo i molti contributi sulla sua attività di produttore particolarmente influente, di grande scopritore di talenti, di audace distributore sia di film di exploitation sia di cinema d’autore (fermamente convinto che non vi fosse un confine netto fra i due), vorremmo che questa rassegna riuscisse a rispondere a una non facile domanda: quale giudizio dare dello stile del Corman regista? Come decodificare la sua scrittura filmica e dove collocarla? Ovviamente è noto che l’opera di Corman sintetizza fasi assai diverse. Ford e Hitchcock sono per lui un riferimento costante: nel caso del primo, si pensi ad esempio a Vita di un gangster (1959), con il suo stile terso e limpido e la sua raffinata semplicità; quanto al secondo, si possono citare film come Sepolto vivo (1962) e L’uomo dagli occhi a raggi X (1963), dove la regia rivela una sorta di cristallina spigolosità, una tendenza all’incastro geometrico, alla giustapposizione del montaggio non distante, in fondo, dall’idea di “montaggio costruttivo” proposta da Pudovkin negli anni Venti. Un’attitudine alla sintesi, una scelta di far dipendere dialetticamente il messaggio dall’azione, e mai viceversa, si colgono inoltre in titoli come La legge del mitra (1958) e L’odio esplode a Dallas (1962).
Ma in Corman non manca neppure una tendenza più barocca, un linguaggio vorticoso, ricco di sollecitazioni cromatiche, come ne La maschera della morte rossa (1964), forse il migliore tra i film tratti da Poe. E troviamo infine, per esempio in I selvaggi (1966), Il serpente di fuoco (1967) e Il clan dei Barker (1970), un uso creativo della macchina a mano congruo a un montaggio non lineare, “sporco”, volutamente imperfetto. Certo, proprio in coincidenza degli anni del suo maggiore ed eclettico rendimento, anche il cinema statunitense viveva la stagione della nota e cruciale Renaissance, ma la personalità autoriale di Corman è stata assai meno adattabile e derivativa di quanto si pensi: non a caso convinto sostenitore dello storyboard, diffida sempre dell’improvvisazione e crede piuttosto in un cinema in cui la successione delle inquadrature, come in Hitchcock, mima un processo mentale. Se accettiamo la tradizionale contrapposizione tra cinema classico e moderno, Corman si colloca sul crinale tra i due paradigmi; se invece scegliamo di leggere la storia del cinema come una successione di ondate contraddittorie e talvolta compresenti che si stratificano l’una sull’altra, allora potremmo associarlo alla grande, trasversale scuola del cinema puro che rifiuta il teatro filmato e costituisce, come direbbe Bresson, “una scrittura di immagini e suoni”.
Valerio Caprara e Giulio Laroni